Gli elettori svizzeri hanno respinto nettamente una controversa proposta della destra che puntava a fissare un limite massimo di 10 milioni di abitanti, scegliendo la stabilità economica e il mantenimento di stretti rapporti con l’Unione europea rispetto alle preoccupazioni legate alla pressione dell’immigrazione su abitazioni e servizi pubblici.

I risultati preliminari del referendum nazionale di domenica hanno mostrato che quasi il 55% dei votanti ha respinto l’iniziativa, mentre il 45% si è espresso a favore. L’affluenza si è attestata intorno al 59%, ben al di sopra della media recente dei referendum svizzeri.

L’iniziativa “No a una Svizzera da 10 milioni!”, promossa dal partito di destra Unione Democratica di Centro (UDC/SVP), mirava a mantenere la popolazione residente permanente al di sotto della soglia dei 10 milioni fino al 2050. Attualmente la Svizzera conta circa 9,1 milioni di abitanti, con gli stranieri che rappresentano quasi il 28% della popolazione. Le proiezioni ufficiali prevedevano il raggiungimento dei 10 milioni nei primi anni Quaranta.

Se approvata, la misura avrebbe introdotto rigidi limiti all’immigrazione, all’asilo e ai ricongiungimenti familiari una volta raggiunta la soglia di 9,5 milioni di abitanti. Il superamento del limite dei 10 milioni per due anni avrebbe obbligato la Svizzera a interrompere l’accordo sulla libera circolazione delle persone con l’Unione europea, mettendo automaticamente a rischio gli altri accordi bilaterali e sollevando seri interrogativi sulla partecipazione del Paese agli accordi di Schengen e Dublino.

Sollievo economico e politico

Il governo, il mondo imprenditoriale e gran parte dell’establishment politico avevano fortemente sostenuto il rigetto della proposta, avvertendo del rischio di carenze di manodopera in settori strategici come quello farmaceutico, finanziario, sanitario e turistico. Il ministro della Giustizia Beat Jans ha accolto con favore il risultato, definendolo “un segnale di stabilità, apertura e affidabilità”.

Anche le associazioni imprenditoriali, tra cui economiesuisse, hanno espresso sollievo e chiesto una rapida ratifica del recente accordo con Bruxelles volto ad approfondire i legami economici bilaterali. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha indicato la volontà di proseguire la cooperazione con Berna.

Secondo il sondaggista Urs Bieri dell’istituto GFS Bern, molti svizzeri condividono le preoccupazioni per la crescita demografica troppo rapida, ma alla fine i timori per un deterioramento delle relazioni con l’Unione e per la difficoltà nel reperire lavoratori qualificati hanno determinato l’esito del voto.

La democrazia diretta svizzera e i rischiosi referendum sull’Unione

Il voto di domenica si inserisce in una lunga tradizione della politica svizzera, nella quale la democrazia diretta porta periodicamente il rapporto economico fondamentale del Paese con l’Unione europea – il suo principale partner commerciale – al vaglio degli elettori.

La Svizzera non è membro dell’Unione, ma mantiene un livello molto elevato di integrazione attraverso una rete di accordi bilaterali. Tra questi vi è l’accordo sulla libera circolazione delle persone, entrato in vigore nel 2002, che ha contribuito in modo significativo alla crescita della popolazione straniera, oltre alla piena partecipazione all’area Schengen dal 2008.

Tra i precedenti più rilevanti figurano l’iniziativa “Contro l’immigrazione di massa” del 2014, approvata di misura, che mirava a introdurre quote per i residenti stranieri, inclusi i cittadini dell’Unionr. La sua attuazione mise a rischio gli accordi bilaterali e la partecipazione a Schengen, costringendo a un delicato compromesso che alla fine preservò la libera circolazione.

Nel 2020 ci fu un un altro tentativo di ridurre l’immigrazione che avrebbe potuto provocare conseguenze simili nei rapporti con l’Unione europea, con la “Iniziativa sulla limitazione”, respinta con ampio margine.

I critici, tra cui l’UDC/SVP, sostengono che un’immigrazione senza limiti metta sotto pressione il mercato immobiliare, gli affitti, le infrastrutture e l’identità svizzera. I sostenitori di una maggiore apertura ribattono invece che i lavoratori stranieri siano essenziali per un’economia anziana, orientata all’export, e che mosse isolazioniste provocherebbero danni economici auto-inflitti, soprattutto in un contesto di pressioni esterne come i dazi statunitensi.

Sebbene l’ultima proposta sia stata respinta con un margine più ampio rispetto alle previsioni di molti sondaggi, il leader dell’UDC/SVP Marcel Dettling ha promesso di continuare a spingere per controlli più rigidi sull’immigrazione. La parlamentare ecologista Sibel Arslan ha invece avvertito che il dibattito ha infranto un tabù e potrebbe riemergere in futuro.

Per il momento, gli elettori svizzeri hanno scelto continuità e pragmatismo, evitando una rottura dei rapporti con l’UE sul modello della «Brexit svizzera». Tuttavia, il risultato relativamente combattuto e le preoccupazioni di fondo ancora presenti indicano che il delicato equilibrio della Svizzera tra sovranità, apertura e prosperità continuerà a essere un tema centrale nei prossimi referendum.

Tradotto da Cesare Ceccato. Articolo originale pubblicato su EUAlive disponibile qui.

, , , , , , , ,
Per approfondire
Latest Posts from Focus Europe

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *